Mercoledì, 25 Febbraio 09, 03:45 M.
La primavera del 1981 è costellata di avvenimenti che faranno la storia dell'Italia e dell'Europa: l'elezione di Mitterrand a Presidente della Repubblica francese, la morte dell'attivista nordirlandese Bobby Sands dopo lo sciopero della fame in carcere, la scoperta della lista degli iscritti alla loggia massonica deviata P2, il referendum sul'aborto. Come spesso accade nella prima repubblica, cade il governo, stavolta era guidato dal DC Forlani. Nel calcio, lo scudetto viene vinto dalla Juventus sulla Roma, è il famoso anno del “go' de Turone”, l'Inter campione in carica arriva quarta e fallisce di poco l'accesso alla finale di Coppa dei Campioni nella semifinale con il Real Madrid.
Gli uomini di Bersellini hanno visto infrangersi le possibilità di raggiungere il Parco dei Principi sul palo di Prohaska e sulla rovesciata di Altobelli, ma il 2-0 dell'andata non viene pareggiato dal solo gol di Bini e Boskov prenota la Coppa sedici anni dopo l'ultimo successo. Il Real si troverà di fronte il Liverpool, la squadra che ha dominato la seconda parte degli anni '70 e campione di un torneo che ha sfornato gli ultimi vincitori di Coppa, tra cui l'inatteso Nottingham Forest che prima ha vinto un titolo da neopromossa e con quell'unico titolo nella storia ha conquistato due trofei continentali.
Tornando al Liverpool, i Reds hanno iniziato col botto, battuto 10-1 i finlandesi dell'OPS ed eliminato l'Aberdeen con il totale di 5-0, infine schiantato il CSKA Sofia con un 5-1 ad Anfield e l'1-0 in Bulgaria. In semifinale invece gli uomini di Bob Paisley hanno faticato e non poco al cospetto del Bayern, altra dominatrice del decennio precedente. Senza Souness infortunato, contro una squadra che ha nel Pallone d'Oro Rummenigge la punta di diamante, il Liverpool non riesce ad andare oltre lo 0-0 ad Anfield. Come se non bastasse, all'Olympiastadion si fa male Dalglish dopo 9', così Paisley deve far entrare il semisconosciuto Howard Gayle, primo giocatore di colore nella storia del Liverpool. La mossa mette in difficoltà la difesa tedesca, ma il risultato rimane inchiodato sulle reti bianche con la possibilità dei supplementari. All'83 segna Ray Kennedy, quattro minuti dopo pareggia Rummenigge ma la difesa Reds tiene duro e Parigi si concretizza.
È il 27 maggio del 1981, il Parco dei Principi stracolmo per l'atto finale, oltre 48 mila spettatori e le due squadre agli ordini del quotato ungherese Károly Palotai. Liverpool con Clemence, Neal, Alan Kennedy; Thompson, Ray Kennedy, Hansen; Dalglish, Lee, Johnson, McDermott, Souness. Il Real di Boskov ha Agustin in porta, Rafael Garcia e Camacho terzini, in mediana il tedesco di ferro Uli Stielike, Sabido e Del Bosque centrali. Juanito, Angel, Santillana, Garcia Navajas e Cunningham. Quest'ultimo, ex WBA, è il primo nazionale di colore nella storia della Nazionale inglese. Dopo il Real girerà l'Europa per finire la carriera e la vita al Rayo: morirà a Madrid il 15 luglio 1989 in un'incidente stradale. Stessa sorte capiterà tre anni dopo a Juanito.
La partita è piuttosto equilibrata e noiosa, il Real ha in mano il centrocampo ma è Agustin il più impegnato, specialmente da Ray Kennedy e McDermott. Il Liverpool cresce ma non riesce a portare grossi pericoli alla porta madridista, i ricamatori di gioco dei Blancos Cunningham e Juanito non riescono a innescare il micidiale colpo di testa di Santillana. Prima del riposo solo una parata in due tempi di Agustin su Souness, dal limite. Partita non bella ma combattuta e davvero dall'esito incerto, dicevamo. Ci prova Camacho con un pallonetto su Clemence che esce al limite dell'area, ma il tutto si tramuta solamente in un grosso spavento per gli inglesi mentre la palla sorvola di pochissimo la traversa e sbatte contro il paletto di sostegno della rete. Il Madrid prova a gettarsi all'attacco ma lo fa in maniera scriteriata, ed è solo per la dabbenaggine di Hansen se l'azione sfuma: significativo però che non ci sia fuorigioco perché tutti i giocatori di movimento in maglia bianca sono nella metà campo avversaria.
Si arriva così al minuto 82 con i Reds che stazionano sulla parte sinistra dell'attacco, ma sembrano non uscire da una serie di falli laterali conquistati. Invece, è proprio da una rimessa con le mani che parte l'azione del gol: Alan Kennedy entra in area, supera il disastroso Cortes che manca completamente l'intervento, e con il sinistro in diagonale batte Agustin mettendola al secondo palo. La corsa verso la Kop trasferita in massa a Parigi è il simbolo di questa finale, manca poco e l'equilibrio che c'è stato in campo fino a quel momento fa credere che difficilmente il Real possa recuperare. Infatti da quel momento è solo Liverpool, e quando Palotai fischia la fine l'entusiasmo degli inglesi è alle stelle, è il terzo trofeo europeo per il Liverpool, il dominio inglese continua. Dato statistico curioso, è la quarta finale consecutiva vinta per 1-0 da una squadra inglese.
Tutto il Liverpool sale in tribuna e quando il capitano Phil Thompson, “enfant du pays” cresciuto nella Kop riceve la coppa dalle grandi orecchie dal presidente dell'UEFA Artemio Franchi, tutto il pubblico di fede inglese esulta. E allora l'interrogativo è lecito: chi fermerà gli inglesi?
Giovedì, 10 Luglio 08, 03:10 P.
Lo svizzero ridicolo parla di schiavitù perché il "povero" Ronaldo non può andare al Real, però poi la norma che impedisce di contattare giocatori non in scadenza senza il consenso della società, chi l'ha fatta? E poi, questo signore che parla di schiavi, sarebbe quello che vuole mettere limiti di nazionalità.
Buonanotte, vi lascio con questo video
Lunedì, 02 Luglio 07, 03:11 M.
"L' AC Milan comunica che da oggi in poi non replicherà più alle bugie pubblicate dal quotidiano spagnolo "As" riguardo il fantomatico trasferimento di
Kakà al Real Madrid." Ci mancava solo che aggiungessero "gnè gnè, specchio riflesso, adesso tocca a te", ed eravamo a posto. Per fortuna, anche se con questi metodi infantili e sbrigativi,
anche al Milan hanno capito che non si risponde ai giornali. No, dico, immaginate che ogni squadra della quale si scrivono gossip e notizie di mercato si mettesse a replicare a ogni notizia di
mercato data dalla stampa. Le redazioni sarebbero intasate di comunicati, e gli uffici stampa delle società al lavoro estenuante non per annunciare acquisti e cessioni, ma a rincorrere le notizie
(al 90% false, benché verosimili) di mercato.
Del resto, Kakà è un giocatore del Milan, è sotto contratto, è contento di stare in rossonero. La società dovrebbe farsi entrare da un orecchio e uscire dall'altro tutte queste illazioni: è semplice, basta dire di no ad un'eventuale richiesta del brasiliano da parte delle Merengues. Così invece si complicano solo la vita e fanno della storia una telenovela. Guardate l'Inter: benché come società sia molto meno brava del Milan in fatto di comunicazione, nella vicenda Ibra (ricordate, l'intervista a casa con Moggi?) ha tenuto un profilo basso che dopo alcuni giorni ha fatto finire il "caso" nel dimenticatoio. Caso montato ad arte, visto che Moggi ha ancora dietro di sé un codazzo di giornalisti che manco Paris Hilton dopo una notte brava. E anche qui erano complici i media, quelli di casa Berlusconi -TGCom e Studio Sport- per primi.
Non dimentichiamo poi che nel caso Kakà c'è di mezzo un giornale che, nonostante sia sempre vicino al Real, non è il Real. Mentre in alcuni casi, al Milan, sono i protagonisti a parlare. Vi ricordate il faccione sornione di Ancelotti quando parlava dell'insospettabile che si era offerto al Milan, e i giornali della casa col carico da dodici a dire che era Ibra, no forse Adriano, di certo Materazzi. E solo qualche giorno fa Berlusconi interpellato su Adriano, ha risposto "Magari! Adriano mi è sempre piaciuto tantissimo e penso che al Milan in mezzo a tanti brasiliani si troverebbe a suo agio, perché il Milan è una grande famiglia e gli darebbe la possibilità di esprimersi al meglio, come è già capitato a Ronaldo."
E vogliamo ricordare tutte le volte che si è fatto il nome di Ronaldinho? Ed Eto'o? Mi sembra più che normale, ma non si è mai vista una reazione simile a quella del Milan di questi giorni. La risposta da dare (una volta sola, ovviamente) è una sola: Kakà non è in vendita. Credo che i tifosi milanisti meritino dalla propria dirigenza meno parole, e più fatti.
Lunedì, 18 Giugno 07, 12:57 M.
Hanno vinto loro, onore a loro. Ma come sempre, i due Fabio si confermano personaggi decisamente poco gradevoli. Prendiamo Cannavaro, che passeggia festante con un tricolore che in mezzo ha il fascio littorio, dono dei tifosi (fascisti e franchisti). Passano alcuni minuti, Cannavaro lo vede e continua a passeggiare col tricolore in mano. Poi torna ai microfoni di SKY per dire che appena se n'è accorto (beh almeno lui sa vedere le figure, al contrario di Ambrosini che non sa leggere) si è annodato la bandiera al collo, che lui non è fascista, e non è di sinistra (lapsus?). Ad ogni modo, il napoletano, non nuovo ad episodi controversi, è riuscito a salvare capra e cavoli ed evitare un nuovo danno d'immagine, dopo i filmati in cui si iniettava medicinali, e le interviste in cui difendeva Moggi in piena bufera di Calciopoli salvo poi, come ieri, essere costretto a ritrattare. E poi, il solito discorso del terzo scudetto consecutivo, ormai divenuto la litania preferita degli ex juventini (specie di quelli che hanno abbandonato la barca che affondava, vero Ibra?).
Poi c'è l'altro Fabio, anzi "don Fabio", quello che a fine carriera di giocatore picchiava i giornalisti che lo criticavano, che già in passato ha avuto gli stessi problemi di Cannavaro con alcune dichiarazioni pro-franchismo che hanno suscitato polemiche. L'antipatico per eccellenza, che ieri ha un'altra volta dimostrato di non saper vincere. Dopo aver portato a casa per il rotto della cuffia una Liga in tono minore, ha visto bene di scagliarsi contro l'Inter e Guido Rossi (oggi, un anno fa era impegnato anche lui a trovare il modo di scappare dalla baracca bianconera in fiamme). Inutile che dica di avere vinto 9 campionati, la storia dice che sono 7, con buona pace del tecnico goriziano. Sinceramente dà fastidio anche che i commentatori dicano "se volete sono 9, considerando i due vinti sul campo con la Juve e poi tolri". E' quel vinti sul campo che non va bene, o vogliamo dimenticare che Cannavaro è stato 19 giornate in diffida senza prendere un'ammonizione, che ha spaccato le gambe a due giocatori senza essere nemmeno ammonito? Capello che non discute mai degli arbitraggi, tanto sono sempre a suo favore.
Per non parlare della fuga di Capello da Roma, nella notte, quella di Cannavaro dall'Inter, teleguidata da Lucianone, e come ora difendano le proprie vittorie per sé, non certo per la Juve che hanno sfruttato e lasciato nel peggiore momento di difficoltà. Due grandi campioni, sportivamente parlando, due uomini non altrettanto grandi. Vincenti, ma che non sanno vincere.
Su Capello, leggi anche Bauscia, qui .
Sabato, 16 Giugno 07, 07:21 M.

Tutti qui da noi a parlare del "no" definitivo di Nesta e di quello "traballante" col condizionale di Totti. Come già più volte ho detto, scelte legittime, purché siano chiare, alla faccia di chi vaneggia di squalifiche per chi rifiuta le convocazioni. Che poi rappresentare i colori del proprio Paese sia importante, è poco ma sicuro. La maggior parte dei calciatori si sente onorato, specialmente per le manifestazioni importanti.
Di sicuro molti giocatori africani, lontani da casa per quasi tutta la carriera, si sentono orgogliosi di vestire la maglia della propria nazionale. Così i maliani Mahamadou Diarra (del Real Madrid) e Frederic Kanouté (del Siviglia) che avevano raggiunto il ritiro per affrontare la Sierra Leone in una gara valida per le qualificazioni della Coppa d'Africa. Tutto tranquillo, fino a qualche giorno fa. Poi, lo scandalo.
Il Real ricorre alla Fifa, per l'ultima di campionato vuole il suo centrocampista per la partita decisiva col Maiorca, la Federazione del Mali si oppone. L'organismo presieduto da Blatter dà ragione alle Merengues, il potere del club spagnolo è troppo per la piccola federazione africana: ingiustizia è fatta, Diarra non giocherà Mali-Sierra Leone, ma sarà in campo per Madrid-Maiorca. Il caso è diverso, molto peggiore di quello di Robinho, che per giocare la partita decisiva della Liga aveva ottenuto il consenso della Federazione brasiliana.
E Kanouté? L'altro maliano della Liga ha dovuto seguire a routa Diarra, anche se il Siviglia, a -2 da Real e Barça, difficilmente potrà vincere il titolo. I due giocatori della nazionale verde-giallo-rossa, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, sono infuriati con la FIFA così come il loro CT, il francese Jean-Fracois Jodar. "Quello che ha fatto la Fifa è scandaloso, sono indignato - ha detto Diarra - è una mancanza di rispetto per il calcio africano". Il giocatore è preoccupato anche per la propria incolumità: "Kanoué ed io siamo nella m... perché la gente pensa che siamo noi che non vogliamo difendere i colori del nostro Paese". Pesante anche la punta del Siviglia: "La Fifa dimostra una mancanza di rispetto nei miei confronti e verso il Mali - dice Kanoutè -. Mi arrabbio per il mio Paese, perché non rispetta le nazionali africane, per i dirigenti mondiali non siamo importanti, e' un vero affronto". Come dar loro torto?
(Nelle foto: Diarra, a sinistra, e Kanouté, a destra, con la maglia del Mali)
On Doping Juve: un po' di chiarezza per i disinformati